Troppo rame in vigna: Podere Casanova sperimenta anolyte e zeolite per un biologico più sostenibile

Troppo rame in vigna: Podere Casanova sperimenta il combinato anolyte-zeolite per ridurre l’impatto della viticoltura biologica

«Il biologico non è in crisi, ma in evoluzione». Con questa convinzione Susanna Ponzin e Isidoro Rebatto di Podere Casanova, azienda agricola Agrigeo nel cuore di Montepulciano, hanno messo a punto un sistema innovativo per ridurre drasticamente l’uso di rame in viticoltura biologica. Il risultato? Oggi utilizzano appena 700-900 grammi di rame per ettaro all’anno, contro i 4 chilogrammi consentiti dalla normativa europea.

Il progetto, avviato nel 2017 in collaborazione con la multinazionale Envirolyte, si basa sull’impiego combinato di anolyte (acido ipocloroso ad alto potere sanificante) e zeolite (un minerale naturale di origine vulcanica). La sperimentazione, partita da piccoli filari, è stata poi estesa all’intera superficie aziendale di circa 17 ettari vitati.

Come funziona il metodo

«Per i primi anni abbiamo fatto uno studio foglia per foglia con lo spruzzino — spiega Isidoro Rebatto — e abbiamo constatato che l’anolyte, con pH 5, era il sistema migliore, perché trasformava l’ossido rameoso in ione rameico, utilizzando una quantità di rame infinitesimamente inferiore rispetto a un trattamento convenzionale». L’unico difetto dell’anolyte è la sua fotosensibilità: da qui l’inserimento della zeolite, che «lo mette al buio» prolungandone l’efficacia. I trattamenti vengono eseguiti ogni 6-7 giorni, con un quantitativo di rame davvero ridotto, e il combinato è totalmente biodegradabile.

La scelta etica del 2023

La vera prova di coerenza è arrivata nel 2023, annata segnata da una pressione eccezionale della peronospora. Di fronte al rischio di dover aumentare drasticamente l’impiego di rame per salvare la produzione, l’azienda — certificata biologica e Equalitas — ha scelto di non produrre vino. «Era un investimento etico — racconta Rebatto — perché l’azienda dev’essere sostenibile a 360°, non solo sulla carta».

Il rame resta un problema aperto

«Se tra 30-50 anni si svolgesse un’indagine su un terreno trattato con il rame, state certi che sarebbe ancora lì o nelle falde acquifere — avverte Rebatto —. Pur essendo consentito dai disciplinari, il rame resta un metallo pesante. Credo che tra non molto l’Europa deciderà che i limiti sono ancora troppo alti. Il biologico deve cambiare per andare avanti».

Nonostante l’efficacia dimostrata, il metodo fatica a diffondersi: «Ho provato a coinvolgere associazioni, consorzi, agronomi e altri colleghi — conclude Rebatto — ma è davvero difficile in questo settore proporre metodi innovativi». Un segnale che la viticoltura biologica italiana, per essere davvero sostenibile, ha bisogno di coraggio e innovazione oltre le etichette.